Blog
-

Leggiamo insieme l’enciclica Fratelli tutti con Mons Marino Poggi
Appuntamento per il quinto incontro sabato 24 aprile ore 19,30 , in presenza (al MR – Oregina oppure in streaming all’indirizzo:
https://private-boa.my.webex.com/meet/testi
Di seguito trovate il link ai precedenti incontri:
I video sono disponibili anche nella sezione “video gallery” del sito
-

#Diamoci una mano (a cura di Rinaldo Rocca)
Cari amici, ecco il primo rendiconto del 2021 per la nostra attività di “Diamoci una mano”. A fine anno 2020 il saldo del c/c era di euro 5.547,18 e in questo periodo abbiamo ricevuto versamenti per euro 432, sono stati acquistati buoni spesa In’s per euro 1.000, è stato acquistato un divano letto per euro 307, materiale per la casa e di consumo per euro 182. A fine febbraio il saldo del c/c è di euro 4.487,18.
E’ stato effettuato un bonifico di euro 200 alla cooperativa OASIS, cifre ricevute nel mesi di dicembre scorso.
Come potete notare in questi mesi è modificata l’utenza con cui abbiamo iniziato la nostra attività. Fortunatamente le famiglie in difficoltà per mancato lavoro del maggio scorso hanno ripreso a lavorare ma contemporaneamente si sono manifestate situazioni di persone legate a Monteleco che in questo momento hanno bisogno di aiuto e le spese che ho in precedenza elencato sono state effettuate per loro.
A titolo informativo stiamo seguendo pratiche a livello sanitario e fiscale per aiutare queste persone anche con l’aiuto di amici avvocati ed è stato possibile ottenere sussidi stabili senza aver dovuto sostenere costi elevati grazie alla collaborazione di un CAF amico.
Ringraziamo tutte le persone che continuano ad aiutarci in questa attività che, grazie a don Fully, ci permette di aiutare chi è in difficoltà accogliendo l’appello che Papa Francesco ha lanciato con l’enciclica “Fratelli tutti”.
-

Dalla via crucis alla resurrezione
Chi è un ragazzo di Don Ga, chi è stato a Monteleco, non ha potuto che fare un balzo sulle seggiola o sul divano o là dove era, all’assistere alla via crucis del Papa il venerdì santo.
Una via crucis fatta dai bambini e dai bambini delle comunità; fatta da ragazzi, da preadolescenti e adolescenti; scritta da loro, una loro opera e da loro letta.
Loro stessi hanno portato la croce nella San Pietro deserta. Se avete avuto l’opportunità di leggere i testi sarete rimasti senz’altro colpiti dalla semplicità, dalla schiettezza e dal linguaggio diretto che esprimevano. Se sono belli i testi di alta spiritualità che hanno spesso illuminato le vie Crucis papali, questi testi sembravano scaturire direttamente dalla vita del Movimento Ragazzi, dalle storie dei nostri ragazzi, passati da salita Li Gobbi, da Oregina, da Monteleco di tutti questi decenni. E iniziano a essere alcuni vari. E vederci riconosciuti nel cuore della Chiesa è francamente un segno di gioia grande. La scelta di Don Ga fatta propria dal Papa. Mettere al centro il bambino, il preadolescente, l’adolescente. E soprattutto quelli “scartati” quelli che hanno subito le angustie della vita.
Vuol dire mettere al centro l’uomo, riportare al centro i temi educativi e di accompagnamento dei minori, di tutela dei minori.
Va detto che è stato anche un gesto di grande significato e coraggio riportare i bambini al centro, dopo anni in cui alla Chiesa ufficiale sembrava essere proibito nominarli. L’enorme mole di lavoro educativo rischiava di essere oscurato da chi si era lasciato sedurre dal maligno.
Ma è un messaggio di grande speranza per il momento che stiamo vivendo. Infatti i ragazzi stanno molto soffrendo per questa pandemia. Una sofferenza psicologica, umana. Gli è stato tolto un pezzo fondamentale della loro vita: l’approccio con l’altro, la corporeità, il gioco di squadra, l’incontro, la festa, il gruppo. Tutto questo non è rappresentato dai famosi assembramenti per l’aperitivo, le bevute o altro, che appartiene al mondo giovanile, universitario o popolano che sia. Parliamo infatti di bimbi, di preadolescenti e adolescenti, spesso chiusi in casa, costretti a subire una DAD con la scusa che sono digitali e amano stare al computer o alla play station. Di fatto chi propone una riunione su zoom a degli adolescenti rischia la vita, non ne possono letteralmente più. Altra faccia della stessa medaglia le risse organizzate, gigantesche che imperversano sul web e che dimostrano come le energie di quella età hanno bisogno di punti di arrivo che non possono essere archiviati davanti a uno schermo.
Il Papa ha dato loro modo di esprimersi, di dire, di urlare la loro via crucis. Per questo noi che coi ragazzi ci stiamo tutti i giorni abbiamo apprezzato davvero questa scelta non facile. Ed è un segno di grande speranza per il futuro.
Ora è Pasqua. E’ facile vedere nella resurrezione la ripartenza di Monteleco con i suoi spazi, coi suoi tempi di libertà per questa età. Speriamolo. Per ora è importante il servizio di ogni giorno che non è mai mancato a Oregina, faticando, soffiando dietro le faticose mascherine, ma cercando di portare sempre un sorriso a questi ragazzi.
Continuiamo il nostro servizio a favore dell’uomo, a favore di quei bambini che sono passati a Monteleco e che se anche non sono più bambini meritano l’attenzione al bambino che è rimasto in loro.
In questo vi lascio la preghiera della via Crucis che bene interpreta il nostro “diamoci una mano”.
Preghiamo.
Signore, rendici capaci di riconoscerti negli ultimi
che incontriamo lungo la nostra strada;
dacci il coraggio e la beatitudine
di dare da mangiare a chi ha fame,
da bere a chi ha sete, di accogliere chi è straniero,
vestire chi è nudo e curare chi è malato,
per incontrarti e accoglierti in ogni fratello e in ogni sorella.
Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen.Don Fully Doragrossa
-

Leggiamo insieme l’enciclica Fratelli tutti con Mons Marino Poggi
Appuntamento per il quarto incontro sabato 20 marzo ore 19,30 , in presenza (al MR – Oregina oppure in streaming all’indirizzo:
https://private-boa.my.webex.com/meet/testi
Di seguito trovate il link ai primi tre incontri:
I video sono disponibili anche nella sezione “video gallery” del sito
-

Una quaresima con un papà per amico
Papa Francesco ha voluto indire per il 2021 un anno dedicato alla figura di San Giuseppe. Che cosa antica e devozionistica potreste pensare in molti. Ma basta leggere il documento scritto da Papa Francesco per imbattersi invece in uno scritto altamente educativo. E noi non siamo i figli di un educatore?
Giuseppe del resto possiamo dire che è stato l’educatore di Gesù e guardando a lui possiamo imparare davvero tante cose.
Vi consiglio davvero di cercarvi la lettera del Papa “Cuore di Padre” con la quale fa uno splendido ritratto di San Giuseppe, molto moderno.
La vera motivazione parte dalla parte finale della lettera al punto 7, una meditazione tanto vera e tanto bella che vi riporto per intera perché merita essere gustata, e permettetemi uno svarione di genere forse fuori luogo, ma dove trovate Padre si può spesso leggere in filigrana Madre. Genitori insomma. In Grassetto m i permetto mettere le frasi più belle per me.
Padri non si nasce, lo si diventa. E non lo si diventa solo perché si mette al mondo un figlio, ma perché ci si prende responsabilmente cura di lui. Tutte le volte che qualcuno si assume la responsabilità della vita di un altro, in un certo senso esercita la paternità nei suoi confronti.
Nella società del nostro tempo, spesso i figli sembrano essere orfani di padre. Anche la Chiesa di oggi ha bisogno di padri. È sempre attuale l’ammonizione rivolta da San Paolo ai Corinzi: «Potreste avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri» (1 Cor 4,15); e ogni sacerdote o vescovo dovrebbe poter aggiungere come l’Apostolo: «Sono io che vi ho generato in Cristo Gesù mediante il Vangelo» (ibid.). E ai Galati dice: «Figli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché Cristo non sia formato in voi!» (4,19).
Essere padri significa introdurre il figlio all’esperienza della vita, alla realtà. Non trattenerlo, non imprigionarlo, non possederlo, ma renderlo capace di scelte, di libertà, di partenze. Forse per questo, accanto all’appellativo di padre, a Giuseppe la tradizione ha messo anche quello di “castissimo”. Non è un’indicazione meramente affettiva, ma la sintesi di un atteggiamento che esprime il contrario del possesso. La castità è la libertà dal possesso in tutti gli ambiti della vita. Solo quando un amore è casto, è veramente amore. L’amore che vuole possedere, alla fine diventa sempre pericoloso, imprigiona, soffoca, rende infelici. Dio stesso ha amato l’uomo con amore casto, lasciandolo libero anche di sbagliare e di mettersi contro di Lui. La logica dell’amore è sempre una logica di libertà, e Giuseppe ha saputo amare in maniera straordinariamente libera. Non ha mai messo sé stesso al centro. Ha saputo decentrarsi, mettere al centro della sua vita Maria e Gesù.
La felicità di Giuseppe non è nella logica del sacrificio di sé, ma del dono di sé. Non si percepisce mai in quest’uomo frustrazione, ma solo fiducia. Il suo persistente silenzio non contempla lamentele ma sempre gesti concreti di fiducia. Il mondo ha bisogno di padri, rifiuta i padroni, rifiuta cioè chi vuole usare il possesso dell’altro per riempire il proprio vuoto; rifiuta coloro che confondono autorità con autoritarismo, servizio con servilismo, confronto con oppressione, carità con assistenzialismo, forza con distruzione. Ogni vera vocazione nasce dal dono di sé, che è la maturazione del semplice sacrificio. Anche nel sacerdozio e nella vita consacrata viene chiesto questo tipo di maturità. Lì dove una vocazione, matrimoniale, celibataria o verginale, non giunge alla maturazione del dono di sé fermandosi solo alla logica del sacrificio, allora invece di farsi segno della bellezza e della gioia dell’amore rischia di esprimere infelicità, tristezza e frustrazione.
La paternità che rinuncia alla tentazione di vivere la vita dei figli spalanca sempre spazi all’inedito. Ogni figlio porta sempre con sé un mistero, un inedito che può essere rivelato solo con l’aiuto di un padre che rispetta la sua libertà. Un padre consapevole di completare la propria azione educativa e di vivere pienamente la paternità solo quando si è reso “inutile”, quando vede che il figlio diventa autonomo e cammina da solo sui sentieri della vita, quando si pone nella situazione di Giuseppe, il quale ha sempre saputo che quel Bambino non era suo, ma era stato semplicemente affidato alle sue cure. In fondo, è ciò che lascia intendere Gesù quando dice: «Non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste» (Mt 23,9).
Tutte le volte che ci troviamo nella condizione di esercitare la paternità, dobbiamo sempre ricordare che non è mai esercizio di possesso, ma “segno” che rinvia a una paternità più alta. In un certo senso, siamo tutti sempre nella condizione di Giuseppe: ombra dell’unico Padre celeste, che «fa sorgere il sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45); e ombra che segue il Figlio. (PC7)
Potrei fermarmi qua ma voglio invogliarvi alla lettura con altre piccole pillole:
Intanto il Papa ne parla a partire solo dai Vangeli e dalle notizie che ci offrono Luca e Matteo gli evangelisti che lo nominano. Ci dice che: Tutti possono trovare in San Giuseppe, l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta, un intercessore, un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà. San Giuseppe ci ricorda che tutti coloro che stanno apparentemente nascosti o in “seconda linea” hanno un protagonismo senza pari nella storia della salvezza.
Davvero abbiamo bisogno di riscoprire il fatto che anche noi siamo protagonisti della storia anche se siamo in seconda linea.
Papa Francesco ci indica Giuseppe come Padre nella tenerezza. Quello delle tenerezza è un refraim di Papa Francesco molto forte. Come non ricordare la tenerezza, pur sanguigna del Gaspare? O gli occhi da cerbiatto di don I? Sentite cosa ci dice:
Il Maligno ci fa guardare con giudizio negativo la nostra fragilità, lo Spirito invece la porta alla luce con tenerezza. È la tenerezza la maniera migliore per toccare ciò che è fragile in noi. Il dito puntato e il giudizio che usiamo nei confronti degli altri molto spesso sono segno dell’incapacità di accogliere dentro di noi la nostra stessa debolezza, la nostra stessa fragilità. Solo la tenerezza ci salverà dall’opera dell’Accusatore (cfr Ap 12,10). Per questo è importante incontrare la Misericordia di Dio, specie nel Sacramento della Riconciliazione, facendo un’esperienza di verità e tenerezza. Paradossalmente anche il Maligno può dirci la verità, ma, se lo fa, è per condannarci. Noi sappiamo però che la Verità che viene da Dio non ci condanna, ma ci accoglie, ci abbraccia, ci sostiene, ci perdona. La Verità si presenta a noi sempre come il Padre misericordioso della parabola (cfr Lc 15,11–32): ci viene incontro, ci ridona la dignità, ci rimette in piedi, fa festa per noi, con la motivazione che «questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (v. 24).
Anche attraverso l’angustia di Giuseppe passa la volontà di Dio, la sua storia, il suo progetto. Giuseppe ci insegna così che avere fede in Dio comprende pure il credere che Egli può operare anche attraverso le nostre paure, le nostre fragilità, la nostra debolezza. E ci insegna che, in mezzo alle tempeste della vita, non dobbiamo temere di lasciare a Dio il timone della nostra barca. A volte noi vorremmo controllare tutto, ma Lui ha sempre uno sguardo più grande. (PC2)
Dopo aver presentato Giuseppe Padre nella tenerezza ecco che Francesco ci offre Giuseppe Padre nell’accoglienza
Tante volte, nella nostra vita, accadono avvenimenti di cui non comprendiamo il significato. La nostra prima reazione è spesso di delusione e ribellione. Giuseppe lascia da parte i suoi ragionamenti per fare spazio a ciò che accade e, per quanto possa apparire ai suoi occhi misterioso, egli lo accoglie, se ne assume la responsabilità e si riconcilia con la propria storia. Se non ci riconciliamo con la nostra storia, non riusciremo nemmeno a fare un passo successivo, perché rimarremo sempre in ostaggio delle nostre aspettative e delle conseguenti delusioni. (PC 4)
Papa Francesco ci invita poi a una paternità creativa
Se certe volte Dio sembra non aiutarci, ciò non significa che ci abbia abbandonati, ma che si fida di noi, di quello che possiamo progettare, inventare, trovare.
Si tratta dello stesso coraggio creativo dimostrato dagli amici del paralitico che, per presentarlo a Gesù, lo calarono giù dal tetto (cfr Lc 5,17–26). La difficoltà non fermò l’audacia e l’ostinazione di quegli amici. Essi erano convinti che Gesù poteva guarire il malato e «non trovando da qual parte farlo entrare a causa della folla, salirono sul tetto e, attraverso le tegole, lo calarono con il lettuccio davanti a Gesù nel mezzo della stanza. Vedendo la loro fede, disse: “Uomo, ti sono perdonati i tuoi peccati”» (vv. 19–20). Gesù riconosce la fede creativa con cui quegli uomini cercano di portargli il loro amico malato. (PC5)
E ci ricorda che San Giuseppe è il patrono dei lavoratori perché lavoratore lui stesso
In questo nostro tempo, nel quale il lavoro sembra essere tornato a rappresentare un’urgente questione sociale e la disoccupazione raggiunge talora livelli impressionanti, anche in quelle nazioni dove per decenni si è vissuto un certo benessere, è necessario, con rinnovata consapevolezza, comprendere il significato del lavoro che dà dignità e di cui il nostro Santo è esemplare patrono.
Il lavoro diventa partecipazione all’opera stessa della salvezza, occasione per affrettare l’avvento del Regno, sviluppare le proprie potenzialità e qualità, mettendole al servizio della società e della comunione; il lavoro diventa occasione di realizzazione non solo per sé stessi, ma soprattutto per quel nucleo originario della società che è la famiglia. Una famiglia dove mancasse il lavoro è maggiormente esposta a difficoltà, tensioni, fratture e perfino alla tentazione disperata e disperante del dissolvimento. Come potremmo parlare della dignità umana senza impegnarci perché tutti e ciascuno abbiano la possibilità di un degno sostentamento? (PC6)
Cari amici del Movimento, cari Ragazzi di Don Ga. Ringraziamo che abbiamo avuto in dono proprio questo umilissimo esempio di Padre nella Fede, il nostro amato don Ga, a un certo punto diventato “inutile” al don Orione, ma segno indelebile di quel Padre dei cieli dal quale venivamo abbracciati ogni volta che ci abbracciava un quel padre rubicondo e sorridente qua sulla terra.
Don Fully
-

Leggiamo insieme l’enciclica Fratelli tutti con Mons. Marino Poggi
Appuntamento per il terzo incontro sabato 20 febbraio ore 19,30 , in presenza (al MR – Oregina oppure in streaming all’indirizzo:
https://private-boa.my.webex.com/meet/testi
Di seguito trovate il link ai primi due incontri:
-

Tornare alla sorgente
Il 17 febbraio inizierà la quaresima. Quaranta giorni di cammino verso la Pasqua, un tempo di grazia per tornare alla sorgente della nostra vita di fede e rinnovarla, ri-sceglierla: il battesimo.
Ma cosa è il battesimo? È la scoperta sensazionale di essere amati, di far parte del mistero della vita insieme a tutti i fratelli, insieme al cosmo, al creato e scoprire che il segreto di tutto questo è donare la vita, amare, lasciare che la vita trabocchi da dentro noi per trasformarsi in dono per tutti. E questa vita annunziarla a tutto il mondo affinché ogni uomo e donna possa essere liberata dalla schiavitù del sentirsi non amato e privo di senso. E’ dire sì all’amore di Gesù. Ecco cosa è il battesimo.
Papa Francesco ci invita molto spesso a ritornare spiritualmente a quell’incontro con Gesù che ha cambiato la nostra vita, a quel momento come a una sorgente di grazia e amore inesauribile. Naturalmente nella vita di ciascuno di noi non ce ne è solo uno , ma alcuni, a volte tanti a volte pochi, che illuminano il cammino fatto poi di tanta fatica, sete, stanchezza, smarrimento, indecisione, peccato. Ri-andare alla sorgente ci spinge a camminare con gioia ri-aprezzando la sua compagnia.
In questi giorni sono tornato a una di queste sorgenti limpidissime grazie a un amico carissimo appena salito in cielo: MAURO CROVETTO. Decisamente un personaggione del quale non oso dire nulla perché altrimenti sarebbe capace di venirmi a tirare i piedi nel letto se parlo bene di lui. Quante condivisioni in questi ultimi 23 anni da quando sono a servizio del Movimento Ragazzi, parole buone, di incoraggiamento, “carezze”, coccole, sprone sempre a modo suo, con una simpatia e allegria grande. Dicendo cose serie, tremendamente serie tra il faceto e l’arringa. Era uno spettacolo ogni incontro per non parlare del triangolo di prediche che mi sono sentito in questi anni, ognuno parlando dell’altro tra, lui, Ennio e la Pinetta. Ognuno mi metteva in guardia dall’altro con quel sorriso e quella arguzia che traduceva “guardati bene dal dire mai una qualsiasi cosa su mio fratello/sorella che l’unico titolato sono io!!” Quanto bene si volevano, alla genovese, un modo che gli altri popoli scambiano per chiusura, rudezza, mugugno ed è invece l’estrema tenerezza.
Ma non voglio parlarvi di questo. Voglio parlarvi della sorgente. La sorgente ha una data precisa tra il 3 e il 7 agosto 1983. Io ero seminarista, alcune scelte nella vita le avevo già prese dunque. In estate ero già stato a Monteleco, turno indimenticabile a capo del gruppo delle Nasche, trionfo al Mundialito, vincitore del titolo di capocannoniere. Alma, Rita e decine di nomi che tengo nel diario. Governo con Elio, Fabio, Valter, Vitale (sempre rigorosamente citato per cognome chissà perché), Puma (suo figlio è educatore al nostro diurno lo sapete?) Erano anni tosti. Le quote rosa nel governo non erano ancora arrivate pare ma ricordo parecchie educatrici tra le ragazze. Ciuffo violento, Rokets, Passariello, Gianni un ragazzo disabile, e mille altri che tanti di voi ricordano. Avevo poi proseguito i miei giri estivi, ne venivo da una scalata al Blindenorth (3374 metri) guarda un po’ con due certi Don Marino e don Angelo… Ma invece che a casa mi fiondai ancora a Monteleco. Don Ga e don I mi avevano chiesto se avevo qualche giorno libero. Avrebbe pensato il Signore a coprire le litanie di mamma “sei sempre in giro etc etc”. Arrivai lassù e ci trovai una trentina all’incirca di ragazzi che tra un turno e l’altro non erano potuti rientrare a casa; o perché le comunità erano chiuse o perché le assistenti avevano supplicato di tenerli su. Erano senza nessuno. Erano soli con don Ga, Don I, le cuoche ed erano rimasti a dare una mano MAURO CROVETTO E FRANCA, che pure lei ha un cognome PAVANEL. Per qualche giorno venne anche don Calabrese ancora semplicemente Gianfranco. E basta!
Furono giorni che segnarono la mia vita, furono i giorni che conobbi Mauro e ricordo ancora le risate che mi faceva fare rigorosamente in genovese, specie quando raccontava della paresi di quando non si trovava la faccia e non sapeva come farsi la barba. Ricordo il suo stile di voler bene a questi ragazzi, con un enorme misericordia e accoglienza ma sempre con tanta umanità e allegria. E aggiungo intelligenza, analisi, capacità di leggere e accogliere le situazioni, tipiche di chi dalla “gavetta” per non dire povertà, ci veniva. La fatica che facemmo a tenere, a interessare quei ragazzi a qualcosa che non fosse una partita di calcio o ascoltare della musica!! Ma anche i lunghi discorsi con loro che a volte si aprivano e raccontavano di vicende loro personali che per noi sembravano fantascienza, racconti noir, cose da romanzi o da film spesso tragici o dell’horror; la loro confidenza dopo che avevi giocato a pallone insieme. Ne facevano di ogni colore, persino inscenarono un suicidio di massa bevendo …..dello shampoo misto a birra. Le lacrime per l’affettività delle ragazze, la sete enorme di affetto che avevano tutti …. Gli abbracci dopo un gol con Massimiliano Iaia….
Furono giorni duri, erano tempi duri. Don I mi raccontava la storia di questi ragazzi e mi spiegava che queste storie difficilmente erano intercettate da una parrocchia. Tralascio i mugugni (più simili a invettive, in realtà) di don Ga sul fatto di trovarsi da solo quella settimana a gestire i ragazzi “ma dunde poan ana questi figgieu?” ripeteva a chi gli diceva che avrebbe dovuto spedirli a casa senza tante storie. Mi rimase impresso un discorso fatto non mi ricordo bene a quale occasione in anfiteatro “avrei potuto essere un prete eccellente, ma non mi interessa diventare un prete eccellente ”. Non nego che una decina d’anni dopo fosse possibile che quella frase mi risuonasse ancora nelle orecchie quando ritornavo in aereo da Roma dove tutti i responsabili della pastorale giovanile italiana erano riuniti intorno a un tavolo alla CEI a discutere dei prezzi degli aerei per andare a Denver alla giornata mondiale della gioventù studiando i criteri di come selezionare i posti disponibili. Quando fu chiaro che fare l’assistente diocesano di Azione Cattolica e il vice parroco di periferia erano due attività dai tempi inconciliabili, alla domanda dei superiori cosa sceglievo fra le due opzioni risposi che preferivo tornarmene a Struppa dai miei.
Ero stato di certo preparato dal turno standard di luglio, ma quella settimana con Mauro fu decisiva e presi la irrevocabile decisione che ovunque fossi andato come prete non avrei mai abbandonato i ragazzi di quel tipo che avevo avuto in quella settimana a Monteleco. A tutti i costi. Prima loro!! I colleghi dei consigli di classe dove ho insegnato ne sanno qualcosa. “Rosaria e gli Iaia, i 3 Pilu (Andreina Gavino e Romina), ciuffo violento, Valter, Enzo, Alan e Igor, Obelix e Jerry, Diego e Coco, Fabio e Roberto, e i piccini Rambo, Salvatore, Carlo e Fabrizio ma al primo Turno Piero e Marco Concas, i gemelli Roberto e Massimo, Rokets, Gandi , Angelo, e altri ancora con rimasugli di gruppi (Arenzano e Recco) ancora provenienti dalle parrocchie.
La settimana dopo quei ragazzi appena dopo l’Assunta svaligiarono la cassaforte e il Tabernacolo di Monteleco. Tornarono dopo alcuni giorni vestiti a festa. La droga mieteva vittime con la sua falce in quegli anni. Don Ga li riaccolse e mi, ci, disse in una sua omelia “cosa ci faceva l’oro dentro al Tabernacolo? Che sciocchi noi!! questi ragazzi ci hanno aperto gli occhi!!”. Naturalmente quell’oro, lo sappiamo bene, non era segno di ricchezza ma medagliette e catenine dei ragazzi morti giovani e passati da Monteleco. Ma tant’è…. Così era Don Ga.
Tornai a casa dal campo con 39,5 di febbre per la gioia di mia madre. Nel diario annotavo “Grazie Signore, grazie per il cuore del Gaspare che è pieno di te”.
Ecco perché mi mancherà MAURO. Perché ha condiviso con me uno dei momenti di grazia più intensi della vita anche se andavo a dormire alle tre di notte e alle sette mi svegliavo. Una sorgente inesauribile che ha svoltato la mia vita di prete, ma direi di uomo. E anche se non ricordo bene le sue parole precise ma il succo che Mauro mi ripeteva in genovese era “Fuligggi (con tre g) quande te preve nu ascurdate de questi figgieu!”. Tranquilli non dico che era il mio direttore spirituale ma le sue parole dette da un papà, da un uomo che lavorava, cha aveva una famiglia, avevano un peso fortissimo. Oggi Papa Francesco direbbe “l’unzione del popolo di Dio”. La gioia caro Mauro che le tue nipoti continuano il sentiero, ciascuna nelle sue competenze a servizio dell’umanità e sempre nel solco di Monteleco.
Al primo posto gli scartati. E la pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo MT 21,33. Per questo quando leggo gli scritti di Papa Francesco mi dico “questo ce l ha mandato direttamente Don Ga….” E vedo il faccione del Gaspare impazzire di gioia.
Ecco io sono tornato alla sorgente ora cari amici tocca a voi: quando avete incontrato Gesù? Perché a Pasqua si rinnova l’incontro: LUI E’ RISORTO, E’ VIVO!!
Buona Quaresima!!!!!
Don Fully
