Don Ga

Monteleco

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Monteleco

Mon­t­ele­co è “una idea educa­ti­va”, così don Ga defini­va ques­ta sua crea­tu­ra, descriven­dola in una let­tera a gen­i­tori: “Mon­t­ele­co è un ambi­ente immer­so nel­la natu­ra, fat­to di sem­plic­ità, rus­ti­co e sim­pati­co, è ama­to dai ragazzi come casa loro. Ma in esso la parte mag­giore è com­pi­u­ta da quell’elemento invis­i­bile eppure reale che è dono di Dio: la Grazia. Il lavoro degli Angeli, del­la Madon­na, soprat­tut­to di Gesù è las­ci­a­to libero. Non vi sono rumori che, fras­tor­nan­do il cervel­lo, impedis­cono di sen­tire queste voci sopran­nat­u­rali, non v’è rispet­to umano che met­ta maschere, non vi sono incen­tivi al male. V’è sem­plic­ità, lib­ertà, gioia. V’è una Chiesina sem­pre aper­ta, con una grossa lam­pa­da acce­sa che indi­ca la pre­sen­za di Gesù, con un grande Cro­ci­fis­so che sem­bra aspettare paziente. Vi sono alberi, uccel­li, rus­cel­let­ti, fiori, campi per gio­care, prati fat­ti appos­ta per capri­ole sen­za numero. In tut­ti, qua­si a forza, entra una voglia mat­ta d’essere buoni: La voce di Dio si può sen­tire, si sente davvero. Mon­t­ele­co è sor­to per aiutare i vostri figli a divenire “qual­cuno” nel­la vita”.

Il Luogo

Mon­t­ele­co è sit­u­a­to a 2,5 Km. oltre il Pas­so del­la Boc­chet­ta, nel­l’Al­ta Val Lemme, tra il con­fine del Comune di Gen­o­va e di Alessan­dria, sot­to le pen­di­ci del Monte Leco. E’ com­pre­so nel Par­co Nat­u­rale delle Capanne di Mar­caro­lo e fa parte di un pic­co­lo ambi­ente nat­u­rale di cir­ca 4 Kmq carat­ter­iz­za­to da un sin­go­lare micro­cli­ma che favorisce lo svilup­po di una ric­ca flo­ra e fau­na di tipo alpino. Ques­ta carat­ter­is­ti­ca cli­mat­i­ca è sta­ta sfrut­ta­ta, sino da tem­pi antichi, per la costruzione, lun­go il tor­rente Lemme, delle “Ghi­ac­ciaie”: Si trat­ta di pro­fonde fos­se, di alcune decine di metri di diametro, cir­con­date da pareti di mas­si a sec­co, come “Nuraghi” capo­volti, in cui, durante i mesi inver­nali, veni­va ammas­sa­ta e com­pres­sa la neve che diveni­va ghi­ac­cio.  Questo, durante qua­si tut­to l’anno, veni­va taglia­to in bloc­chi e, car­i­ca­to su car­ri, che parti­vano di notte, arriva­va all’alba nel por­to di Gen­o­va per rifornire i pescherec­ci per con­ser­vare il pescato.

Un’altra carat­ter­is­ti­ca che rende par­ti­co­lare il Monte Leco è la sua ric­chez­za di min­er­ali quali rame e sili­cio. Lun­go un sen­tiero che nel bosco por­ta dalle case alla cima del monte sono anco­ra oggi vis­i­bili le trac­ce di antiche vetrerie, cos­ti­tu­ite da fram­men­ti e pic­coli bloc­chi di vetro, scar­ti del­la lavo­razione. Va, infine, ricorda­to che il pas­so del­la Boc­chet­ta, è sta­to uti­liz­za­to per sec­oli come “Via del sale” per portare tale prodot­to dal riv­iera alla valle Padana. A tes­ti­mo­ni­an­za di tale com­mer­cio è pre­sente a Cam­po­morone, alla base del pas­so del­la Boc­chet­ta, l’antico “Palaz­zo del sale”. 

Album fotografico: Monteleco, il luogo

Le origini

Nel 1947 Don Ga, insieme a Don Ival­di e Mon­sign­or Storace, orga­niz­zò la pri­ma estate per i ragazzi di Azione Cat­toli­ca a Fra­conal­to, un pic­co­lo paese che con­ta­va poche abitazioni, sit­u­a­to oltre il Pas­so del­la Castag­no­la, su un rilie­vo da cui, ver­so ovest, si vede il Monte Leco. Ques­ta espe­rien­za fu ripetu­ta nel 1948 e 1949. Nel 1950 Don Ga incon­trò casual­mente a Volt­ag­gio il Con­te Acquarone, da lui già conosci­u­to durante la Guer­ra. Il Con­te era un per­son­ag­gio par­ti­co­lare. Una vol­ta, di fronte alla minac­cia di una rap­pre­saglia dei Tedeschi sul­la popo­lazione di Volt­ag­gio, si offrì in con­tropar­ti­ta e, con lui, fece altret­tan­to il Par­ro­co. Suc­ces­si­va­mente, per tut­ti i ragazzi che negli anni sono pas­sati da Mon­t­ele­co, il Con­te è diven­ta­to il fan­tas­ma del “Con­te Zio”, pro­tag­o­nista di ter­ri­f­i­can­ti com­parse not­turne. In occa­sione di quel­l’in­con­tro don Ga gli par­lò del suo prog­et­to di una casa per sog­giorni estivi e il Con­te subito gli pro­pose: “Andate a casa mia!”. Era una tenu­ta di cam­pagna, a pochi chilometri da Volt­ag­gio, vic­i­na al Pas­so del­la Boc­chet­ta, ai pie­di del Monte Leco, cir­con­da­ta da una ric­ca veg­e­tazione, con l’in­con­sue­ta pre­sen­za di piante carat­ter­is­tiche di un ambi­ente nat­u­rale di mon­tagna. A pochi metri da una delle case, inoltre, scor­re­va un rus­cel­lo di fres­chissi­ma acqua pota­bile che sgor­ga­va da sot­toter­ra poco più in alto e che rap­i­da­mente si trasfor­ma­va in tor­rente: era l’ac­qua delle sette sor­gen­ti del Monte Leco. Le strut­ture com­pren­de­vano tre edi­fi­ci. Il pri­mo cos­ti­tu­i­va l’abitazione di una famiglia di con­ta­di­ni, manen­ti del­la tenu­ta. Uno dei figli, “Tugnin”, assumerà l’in­car­i­co di cus­tode del Sog­giorno Esti­vo diven­tan­done figu­ra carat­ter­is­ti­ca. Gli altri due edi­fi­ci cos­ti­tu­iv­ano le abitazioni ris­er­vate alla famiglia del Con­te.  Nel set­tem­bre del 1950 si tenne a Mon­t­ele­co la pri­ma “Tre giorni Aspi­ran­ti capi”.

Album fotografico: Monteleco, le origini — la chiesa

La chiesa

Nei pri­mi anni “la chiesa” è sta­ta una stan­za di casa B aper­ta sul cor­tile, al cui ingres­so era sta­ta appog­gia­ta una strut­tura di tronchi, ricop­er­ti da sac­chi di iuta, che ne cos­ti­tu­iv­ano il cam­panile. Ben presto, tut­tavia, si è fat­to stra­da il sog­no di dotare Mon­t­ele­co di una chiesa “vera”, aper­ta sul­la natu­ra e che guardasse lon­tano, come una meta a cui ten­dere. Fu deciso così di las­cia­re aper­ta per mez­zo di una grande vetra­ta, la parete dietro l’altare e di ori­en­tar­la a nord, ver­so il Cervi­no e il grup­po del Monte Rosa, vis­i­bili in lon­tanan­za nelle mat­tine limpi­de. Per trasfor­mare il sog­no in prog­et­to si ebbe una mobil­i­tazione gen­erale, dal­la prog­et­tazione architet­ton­i­ca da parte di ex-ragazzi, al reper­i­men­to dei fon­di attra­ver­so la ven­di­ta cap­il­lare nelle par­roc­chie, di bloc­chet­ti di “mat­toni” del val­ore di una lira, al coin­vol­gi­men­to di varie famiglie di bene­fat­tori a cui don Ga fece innu­merevoli vis­ite, al lavoro man­uale di tan­tis­si­mi volon­tari e di ragazzi. La pri­ma pietra fu mes­sa dall’Arcivescovo, Car­di­nale Siri, il 9 luglio del 1955 e la inau­gu­razione avvenne due anni dopo, il 6 luglio 1957. Da allo­ra la chiesa è sta­ta un luo­go di rifer­i­men­to per migli­a­ia di ragazzi che lì han­no por­ta­to aspi­razioni, cruc­ci, dolori, gioie per affi­dar­le agli Angeli Cus­to­di, a cui è ded­i­ca­ta, e lì han­no volu­to seg­nare momen­ti fon­da­men­tali del­la loro vita, quali il loro mat­ri­mo­nio e il bat­tes­i­mo e la pri­ma comu­nione dei loro figli. 

Album fotografico: Monteleco, le origini — la chiesa

Libera Repubblica dei Ragazzi

Quan­do nel 1950 prende vita Mon­t­ele­co, il nos­tro paese si è appe­na las­ci­a­to alle spalle la monar­chia e un ven­ten­nio di dit­tat­tura fascista. In quegli anni  la repub­bli­ca demo­c­ra­t­i­ca rap­p­re­sen­ta una sfi­da impor­tante in quan­to coin­volge ogni cit­tadi­no a divenire partecipe e respon­s­abile del “bene comune” attra­ver­so una mat­u­razione  sociale pro­fon­da. Don Ga, affi­an­ca­to da don Ival­di, fa sua ques­ta sfi­da pro­po­nen­do ai ragazzi il mod­el­lo del­la Lib­era Repub­bli­ca di Mon­t­ele­co, dove, in atteggia­men­to di servizio, ogni ragaz­zo è chiam­a­to a offrire il pro­prio con­trib­u­to all’interno di una  comu­nità edu­cante. A dif­feren­za di altre realtà cat­toliche dove il caris­ma del sac­er­dote è per­no cen­trale dell’attività, don Ga e don Ival­di desider­a­no che la Lib­era Repub­bli­ca dei Ragazzi sia   gov­er­na­ta da loro stes­si. Si crea la figu­ra del Gov­er­na­tore, che coor­di­na tut­ta la vita di Mon­t­ele­co con l’aiuto dei Min­istri che orga­niz­zano e dirigono ogni attiv­ità del­la gior­na­ta. Si cre­ano strut­ture, come la ban­ca, che emette mon­e­ta pro­pria, i Lechi­ni, con i quali ogni ragaz­zo è tenu­to a cam­biare i suoi denari, che ven­gono così cus­todi­ti,  e che pos­sono essere spe­si in misura con­trol­la­ta. Ai sac­er­doti sono las­ciati i momen­ti di spir­i­tu­al­ità, come la med­i­tazione del mat­ti­no, la riu­nione del mez­zo­giorno, l’esame di coscien­za del­la sera con cui molti ragazzi, per la pri­ma vol­ta nel­la loro vita, fan­no conoscen­za di un Dio-Papà che vuole cam­minare al loro fian­co nel pieno rispet­to del­la loro libertà. 

La giornata

La gior­na­ta a Mon­t­ele­co ha una strut­tura che si è man­tenu­ta costante negli anni e carat­ter­iz­za­ta da momen­ti chiave;

1. ORA DELLA LUCE
Dopo la sveg­lia e le pulizie per­son­ali, ancor pri­ma del­la colazione ci si riu­nisce, di soli­to in due grup­pi, in base all’età, per med­itare insieme su un tema spir­i­tuale, che diviene il leit-motiv del­la gior­na­ta.  Di soli­to ci si tro­va all’aperto in pine­ta o in anfiteatro o lun­go la strad­i­na di ingres­so dal­la stra­da provin­ciale. Don Ival­di si ded­i­ca ai più pic­coli, men­tre don Ga si riv­olge ai più gran­di.  Non è raro che il Gov­er­na­tore o uno dei Min­istri sos­ti­tu­is­ca i sacerdoti. 
2. ORA DEL LAVORO
Per­ché si fan­no lavo­rare i ragazzi? E cosa s’intende per lavoro a Mon­t­ele­co? Il lavoro è pro­pos­to come servizio, svolto per il bene di tut­ti. È un’attività comune a cui tut­ti sono tenu­ti, dal Gov­er­na­tore, ai capi grup­po, ai più pic­coli in una pre­cisa ger­ar­chia di com­pi­ti: i lavori più umili e quel­li più sgra­di­ti sono com­pi­to preva­lente dei più gran­di, in par­ti­co­lare dagli edu­ca­tori. In aiu­to ai ragazzi il Min­istro del Lavoro ha il com­pi­to non solo di decidere quali lavori asseg­nare a ogni squadra, ma procu­ra il mate­ri­ale. spie­ga le man­sioni richi­este, coor­di­na tutte le dif­fer­en­ti attiv­ità. Com­piere un servizio tut­ti insieme facili­ta nel ragaz­zo la capac­ità di sen­tir­si parte di una comu­nità, lo abit­ua a non fare da solo ma a col­lab­o­rare con le per­sone che gli stan­no accan­to. Molti ragazzi non sono abit­uati a svol­gere man­sioni domes­tiche sia per una for­ma iper­pro­tet­ti­va di amore da parte dei gen­i­tori, sia per evitare che il ragaz­zo com­bi­ni dei guai. La richi­es­ta dell’impegno e del sac­ri­fi­cio nel com­piere un servizio trasmette in modo con­cre­to il val­ore del pro­prio con­trib­u­to all’interno del sis­tema comu­ni­tario, aumen­ta la sti­ma di sé per vedere riconosciu­ti gli sforzi fat­ti, aiu­ta a com­pren­dere come, nel­la vita quo­tid­i­ana, vi sia bisog­no di pic­coli gesti in favore del­la comunità. 

Il lavoro vuole essere espe­rien­za di fat­i­ca, azione prat­i­ca, sen­sazione di sfor­zo fisi­co che vuole riman­dare all’impegno, di ben altra natu­ra, com­pi­u­to nel­la cresci­ta quo­tid­i­ana. Il lavoro, tut­tavia, inser­i­to nel­la realtà di Mon­t­ele­co è prat­i­ca­to sot­to for­ma di gio­co. Il Min­istro del Lavoro, infat­ti, ha il com­pi­to di asseg­nare un pun­teg­gio in base alle modal­ità con cui la squadra ha parte­ci­pa­to all’attività. L’obiettivo è la parte­ci­pazione glob­ale del­la squadra, moti­van­do cias­cuno a portare il pro­prio con­trib­u­to per svol­gere insieme il com­pi­to affida­to. La pulizia delle camere, del refet­to­rio, del cor­tile, il trasporto del­la leg­na in cuci­na sono solo alcu­ni dei pos­si­bili lavori, ognuno dei quali ha una valen­za comunitaria.

3. ORA DEL GIOCO DI CORTILE
Il gio­co a Mon­t­ele­co è l’attività prin­ci­pale e vei­co­lo di val­ori da trasmet­tere ai ragazzi. Trop­po spes­so nel­la soci­età con­tem­po­ranea il gio­co viene offer­to come sport, attiv­ità orga­niz­za­ta e non come diver­ti­men­to e relazione con gli altri, favoren­do, così, la voglia di primeg­gia­re, la pre­var­i­cazione sull’avversario, tal­vol­ta la vio­len­za. Inten­to di Mon­t­ele­co è, invece, avvic­inare i ragazzi alla dimen­sione ludi­ca del gio­co vis­su­ta in comu­nità. Il gio­co diven­ta, così, un’occasione seria di cresci­ta, sia a liv­el­lo for­ma­ti­vo sia educa­ti­vo. Il gio­co per­me­tte al ragaz­zo di con­frontar­si, innanz­i­tut­to, con le pro­prie capac­ità e con i pro­pri lim­i­ti e, per­tan­to, diviene espe­rien­za del­la fat­i­ca di crescere. Per ottenere tale risul­ta­to sono richi­este la pro­pria fat­i­ca, la pro­pria volon­tà e la deter­mi­nazione. In tale prog­et­to educa­ti­vo si col­lo­cano i giochi del mat­ti­no, orga­niz­za­ti in campi cir­co­scrit­ti con le modal­ità del tor­neo, durante il quale le squadre si affrontano una con­tro l’altra. Ogni gio­co impli­ca delle regole dif­fer­en­ti, più o meno dif­fi­cili, le quali devono essere ascoltate e com­p­rese se si vuole parte­ci­pare atti­va­mente e diver­tir­si. Scopo pri­mario, allo­ra, diviene il val­ore del­la rego­la quale cor­nice di rifer­i­men­to sta­bile all’interno del­la quale cimen­ta­r­si in una sana competizione.

Il rispet­to delle regole è parte essen­ziale del pen­siero ped­a­gogi­co di don Ga. Per per­me­t­tere la mat­u­razione di ogni ragaz­zo vi è bisog­no di espe­rien­ze pos­i­tive, come il gio­co, e le regole sono final­iz­zate appun­to al buon rendi­men­to dell’attività e alla parte­ci­pazione di tut­ti i ragazzi. Com­piere giochi con modal­ità dif­fer­en­ti sin­go­lar­mente, a cop­pie oppure parte­ci­pan­do con l’intera squadra − per­me­tte anche di coprire il ven­taglio di inter­azioni pos­si­bili nel­la vita civile. Il ragaz­zo ha così l’opportunità di vivere momen­ti in cui con­tare solo sulle pro­prie forze, altri in cui deve col­lab­o­rare con un numero ristret­to di com­pag­ni, altri anco­ra in cui si sente parte di una squadra molto più grande dove a lui viene chiesto di las­cia­re da parte l’egoismo e la sod­dis­fazione per­son­ale per impara­re a met­tere le pro­prie qual­ità a servizio degli altri per pot­er vin­cere insieme. Gra­zie al gio­co cias­cun ragaz­zo ha l’occasione di crescere per­sonal­mente, miglio­rar­si, auto-real­iz­zarsi, e, con­tem­po­ranea­mente, può impara­re a relazionar­si con gli altri, con­di­videre la gioia per le vit­to­rie e la fat­i­ca nelle sconfitte. 

Il gio­co, infat­ti, può diventare stru­men­to educa­ti­vo anche nell’esperienza del­la scon­fit­ta come oppor­tu­nità di pot­er capire un pro­prio lim­ite, conoscere meglio se stes­si e cer­care di migliorarsi.

4. L’ASSEMBLEA
Con tale ter­mine si intende il momen­to in cui, sot­to la gui­da di don Ga, ci si incon­tra in pine­ta o in anfiteatro per dis­cutere un aspet­to del tema leit-motiv del cam­po. Qua­si sem­pre la assem­blea viene introdot­ta da una nar­razione di un episo­dio di Van­ge­lo o del­la vita di un per­son­ag­gio stori­co da cui pren­dere spun­to per una dis­cus­sione aper­ta tut­ti, nel rispet­to delle diverse opin­ioni. Qua­si sem­pre, durante l’assemblea, a mez­zo­giorno in pun­to si sente il suono del­la cam­pana del­la chiesa: è il momen­to dell’Angelus. In tut­to Mon­t­ele­co, ovunque ci si tro­vi, si inter­rompe ogni attiv­ità e in ginoc­chio si recita insieme ques­ta preghiera.
5. ORA DEL RIPOSO
Dopo il pran­zo viene las­ci­a­to ai ragazzi un momen­to di pausa, da uti­liz­zare lib­era­mente. L’unica rego­la da osser­vare è non fare bac­cano nelle camere per per­me­t­tere a chi lo desidera di riposare. Di soli­to è il momen­to dei giochi da tavo­lo, delle let­ture, di passeg­giate nei boschi, di chi­ac­chere nel cortile.
6. IL GRANDE GIOCO
E’ forse il momen­to più impor­tante e più atte­so di tut­ta la gior­na­ta, in cui tut­ti sono impeg­nati in un gio­co a squadre che si svolge nei boschi e prati cir­costan­ti. Miti­co tra tut­ti è il gio­co delle “can­nette” Armi del­la battaglia sono appun­to le mitiche “can­nette”, tubi di allu­minio a modo di cer­bot­tane, con le quali ven­gono “sparati” pic­coli coni di car­ta arro­to­la­ta. Il gio­co gen­eral­mente tro­va ambi­en­tazione all’interno del bosco, tra il forti­no e il cam­po indi­ano. Ogni grande gio­co richiede per­sonal­mente a cias­cun ragaz­zo di esercitare il val­ore del­la lealtà. Per trasmet­tere meglio questi val­ori, si isti­tu­isce al ter­mine dei giochi del pomerig­gio, il “tri­bunale”: un’assemblea tra i ragazzi nel­la quale ven­gono dichiarate le even­tu­ali irre­go­lar­ità commesse durante le par­tite, i tor­ti subiti e viene con­ces­sa la pos­si­bil­ità di difend­er­si dalle accuse ed esprimere il pro­prio parere. Viene così reso con­cre­to l’ideale del dial­o­go, in oppo­sizione al “far­si gius­tizia da sé” con la vio­len­za fisi­ca o ver­bale. Pecu­liar­ità del tri­bunale è il verdet­to finale. Esso non è sta­bil­i­to da un giu­dice, ma dall’accusato in ques­tione. Quel­lo che con­ta è la sua ulti­ma paro­la, può scusar­si, spie­gar­si, o anche sostenere che tale irre­go­lar­ità non sia mai sta­ta commes­sa. Tut­to ha base sul prin­ci­pio di lealtà che fa sen­tire come la scon­fit­ta più ama­ra sia quel­la di aver vin­to barando. 
6. ORA DELLE STELLE
Dopo cena la gior­na­ta si con­clude o intorno a un falò con can­ti, rac­con­ti, scenette teatrali, o in teatro con veri spet­ta­coli a tema, o infine con giochi in refet­to­rio, in cuii vari grup­pi si cimen­tano in prove che li vede contrapposti. 
Album fotografico: Monteleco, la giornata — l’organizzazione

Monteleco nel tempo

La nasci­ta del Movi­men­to ragazzi agli inizi degli anni ’70 ha por­ta­to anche un muta­men­to nel­la vita di Mon­t­ele­co fino ad allo­ra fre­quen­ta­to preva­len­te­mente dalle Asso­ci­azioni par­roc­chiali di Azione Cat­toli­ca, apren­do­lo ad altre espe­rien­ze. In tali anni sono iniziati i campi scuo­la per Edu­ca­tori, in cui veni­vano trasmes­si i val­ori fon­dan­ti del Movi­men­to ragazzi e nei quali veni­vano impostate le attiv­ità da tenere durante l’anno. I turni estivi sono sta­ti aper­ti anche a ragazzi “diver­sa­mente abili” (ter­mine da sem­pre uti­liz­za­to da don Ga), per i quali fu attrez­za­to il piano ter­ra del­la casa B e messe in atto inno­vazioni nel­la orga­niz­zazione dei giochi e del lavoro che li includesse in tali attiv­ità. Sono iniziati, inoltre, i campi scuo­la “misti” aper­ti anche alle ragazze. Tale espe­rien­za fu facil­i­ta­ta per­ché, dal­la sua fon­dazione, il Movi­men­to Ragazzi si è riv­olto da subito a edu­ca­tori e ado­les­cen­ti di entram­bi i ses­si. Sul finire degli anni ’70 il Comune di Gen­o­va richiese una col­lab­o­razione con Mon­t­ele­co ed il Movi­men­to Ragazzi per ospitare ragazzi in dif­fi­coltà (famiglie dis­agiate, prob­le­mi psichi­ci, minori che ave­vano già avu­to prob­le­mi con la gius­tizia, altri che vive­vano in Isti­tu­ti). Don Ga fece subito suo tale prog­et­to e i ragazzi del Movi­men­to lo seguirono in quel­la che divenne una grande espe­rien­za, non sem­pre adeguata­mente apprez­za­ta dall’ambiente isti­tuzionale cat­toli­co. Ques­ta attiv­ità, inizia­ta nel 1979, fu inten­sa per una deci­na di anni finchè ven­nero pro­gres­si­va­mente a man­care i fon­di a sosteg­no di tali soggiorni. 

La fine degli anni ’80 e gli inizi degli anni ’90 furono anni dif­fi­cili per Mon­t­ele­co, soprat­tut­to legati al pro­gres­si­vo aggrava­men­to delle con­dizioni di salute di don Ga, che via via ha ridot­to la sua attiv­ità fino a essere una dol­cis­si­ma pre­sen­za fisi­ca ma del tut­to assente da ogni attività.Don Ival­di si fece cari­co del­la con­duzione dei campi sia durante i due anni di ricovero di don Ga e, dopo la sua morte nel 1994, fino al 1996, quan­do venne affi­an­ca­to da don Ful­ly: da tale anno inizia un nuo­vo rilan­cio di Mon­t­ele­co che por­ta alla realtà di oggi. E’ da tali anni che si è intrapre­sa una impor­tante azione di riqual­i­fi­cazione delle strut­ture di accoglien­za e sog­giorno per adeguar­le ai req­ui­si­ti di sicurez­za imposti dalle nor­ma­tive. In par­ti­co­lare van­no ricor­date la acqui­sizione e ristrut­turazione del­la casa C (ex casa di “Tugnin”) e di casa B dotan­dole di servizi che ne per­me­t­tono l’utilizzo durante tut­ti i mesi dell’anno. Si è, inoltre, rimod­er­na­ta la turbina e poten­zi­ate le rel­a­tive con­dut­ture idriche che con­vogliano l’acqua delle sor­gen­ti delle “Sette fontane” ren­den­do Mon­t­ele­co non solo autonomo nel­la pro­duzione di ener­gia elet­tri­ca ma anche di divenire for­n­i­tore di ener­gia alla rete di ENEL.

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