
Sono passati 25 anni dai giorni del G8 che a breve celebreremo. Io c’ero, nessuno me lo deve raccontare. E al solito ho scritto bene le impressioni di quei giorni tanto per non dimenticare. Ricordo lo smarrimento al termine di quei giorni dopo tutta la emozione per l’attesa, lo stupore per 300.000 persone che discutevano pacificamente del futuro del pianeta, alla faccia di quegli otto che facevano altra roba. E ricordo molto bene chi c’era fra quegli otto: qualcuno c’è sempre, qualcun altro è stato sostituito da futuri emuli. Tuttavia il mondo globale è assai differente oggi. Lo sgomento era dato alla fine da ciò che era successo. E dalla netta sensazione che si era vissuto un evento spartiacque. E, infatti, il movimento per un mondo migliore non si riunì più, colpito e diviso da quegli eventi, incriminato di essere violento e non credibile. Non so se furono infiltrati appositamente, mandati a ottenere ciò che poi successe, so che il risultato fu quello: un movimento intero screditato. Quasi che nessuno potesse più osare disturbare l’ordine mondiale imposto dal G8. Sembravano idee finite, sepolte. E, invece, come un’araba fenice, ma noi credenti diremmo come un seme che muore e rinasce più rigoglioso di prima, ecco nel 2015 spuntar fuori da Roma, dal Papa, l’enciclica Laudato Sii. Allora non era più un povero prete di campagna (Premanico) che si era messo in testa, dalla disperazione, di fare l’ecologista, di re-impiantare la turbina a Monteleco, di educare a uno stile di vita differente di quello imposto dalla ricerca del PIL a tutti i costi, di visitare ripetutamente e persino di andare in quella parte del sud del mondo dove si vive, nonostante che una piccola fetta di potenti sprechi e consumi la gran parte delle riserve del pianeta. No! Era, e lo dico con orgoglio, la mia Chiesa che prendeva posizione, che annunciava a tutti che se Dio ama gli uomini e ha dato la vita per il mondo, allora questo pianeta va condiviso ed è possibile farlo con e per il bene di tutti. Ciò che, in quei giorni, tutti dicevano essere parole eversive, parole impossibile, parole non attuabili, erano pari pari riprese dal magistero della Chiesa. E non mi si parli di violenza, che la violenza quel giorno fu iniziata solo da una parte. Resta stabilire solo se con coscienza e retta intenzione o per dabbenaggine e incompetenza. Le reazioni violente ci sono state e sono state sbagliate, come sempre e comunque è sbagliata qualsiasi tipo di violenza, ma il movimento era pacifico. Ma non è questo che interessa. Le parole della Laudato Sii sono state derise, criticate, disobbedite, come lo erano quelle del movimento e, quel che è grave, soprattutto da chi avrebbe dovuto accoglierle con filiale rispetto. Ma rimangono lì, a dare speranza a tutti quei germogli nati dal seme che moriva. Si era anche sviluppata una sensibilità condivisa, con molta fatica, che aveva portato le democrazie a prendere decisioni importanti nel campo dello sviluppo sostenibile. Ma gli imperialismi hanno avuto il sopravvento. E non sapendo come affrontare un argomento trasversalmente diffuso nel popolo (perché è innegabile che non affrontare i problemi di equilibrio della terra, segnalati nella enciclica, a patirne non sono solo i poveri ma anche i tanti ricchi del pianeta) hanno rispolverato l’antica arma di distrazione e distruzione: la guerra mondiale, stavolta fatta a pezzetti. È evidente che queste guerre servono solo a sviare il pianeta dai suoi problemi per permettere a chi lucra su una diseguaglianza che fa spavento di impedire che si facciano riforme che frenino lo spaventoso disequilibrio e mettano a rischio gli iniqui guadagni che pochi fanno a svantaggio di tutti. Solo il denaro muove tutto ciò: mammona! Denaro per pochi, non per tutti, perché naturalmente la moneta poverina non c’entra nulla e il giusto salario di un operaio è benedetto, cosi come quello di un professionista, di un artigiano o di un contadino.
La battaglia continua, dunque, sia fatta con l’umile voce della pecorella del Signore di Assisi che con l’ancor più soave ruggito di un Leone. Il G8 non è passato invano. Rivive in ognuno di noi che abbia un sussulto civile, un cuore che si apra verso il prossimo, una testa che ragioni per il bene di tutti e sogni un mondo migliore.
L’ultimo capitolo dell’enciclica di Papa Leone riprende il termine “Civiltà dell’Amore”, termine caro a Paolo VI (che ai miei tempi, anni 80, alcuni seminaristi definirono “il Demonio!”) (sich!) Che sia l’ennesimo fiore di quei giorni? O forse son quei giorni che erano una messe abbondante della Parola seminata nei cuori di tanti, semina che evidentemente non ha cessato di produrre frutti.
